martedì 22 marzo 2016

Un viaggio nel passato alla ricerca del futuro (1.b)

Ci eravamo conosciuti all’università. Io, matricola poco più che diciottenne alla facoltà di lettere, frequentavo un corso di scrittura creativa sperimentale di cui lui era il coordinatore didattico. 
Andrea aveva ventotto anni e aveva qualcosa di estremamente affascinante che mi aveva colpito sin dal momento in cui i nostri sguardi si erano incrociati per la prima volta, tanto da indurmi a riempire pagine intere del mio diario con il nome di lui circondato da cuoricini, come una tredicenne invaghita.
La prima volta che lo avevo visto era appoggiato al muro del corridoio accanto alla porta dell’aula. Era senza dubbio carino, indossava una maglietta bianca girocollo, una di quelle che spesso gli uomini usano sotto le camicie, e jeans chiari che aderivano alle sue gambe magre. Ai piedi aveva un paio di Converse All Star di colore blu. 
La scelta dei vestiti e delle scarpe incontrava perfettamente i miei gusti, oltretutto, quel giorno, anche io avevo un paio di scarpe identiche. 
Iniziando a fare la conta delle cose in comune quando ancora nemmeno lo conoscevo, io, che amavo i ragazzi dalla faccia pulita, preferibilmente rasati e ben pettinati, mi ero ritrovata a fissare i suoi strani capelli chiari, folti e completamente spettinati. Erano più lunghi di quello che consideravo piacevole in un uomo e sembrava che non avessero incontrato mai un pettine, non nelle ultime ore perlomeno. Aveva la barba chiara, incolta, un altro aspetto che di solito non mi piaceva. Ma era innegabile che i capelli spettinati e la barba incolta gli davano un aspetto da bel tenebroso che mi aveva colpito molto più di quanto mi sarei mai aspettata. 
Io sapevo chi era, anche se non conoscevo il suo nome. Era l’assistente della De Paolis, una professoressa arcigna che ricordava la signorina Rottenmeier e che insegnava la mia materia preferita: scrittura creativa. Probabilmente era anche la sua materia preferita, avevo pensato compiaciuta mentre lo guardavo in corridoio, continuando a fare la conta delle cose in comune. 
Quando ero passata davanti a lui, mi aveva guardato per qualche istante intensamente e con aria pensierosa. Io, che lo stavo fissando già da qualche secondo di troppo, avevo abbassato lo sguardo quasi istintivamente e poi era arrivata Marta, una delle mie colleghe di corso, che mi aveva trascinato in classe. Avevo sentito lo sguardo di lui su di me mentre oltrepassavo la porta.

In aula, dalla cattedra, lui non aveva fatto altro che guardarmi sfacciatamente per tutto il tempo in cui aveva parlato alla classe, illustrando, apparentemente senza alcuna distrazione, il programma delle lezioni. Il suo sguardo era inequivocabile, i suoi occhi erano lucenti, felici e famelici. Mi guardava intensamente, quasi con desiderio, sembrava che mi stesse letteralmente spogliando con gli occhi. 
Io avevo ricambiato il suo sguardo ostentatamente, con il cuore che saltava battiti e poi accelerava improvvisamente, rapita dai suoi occhi smaliziati e sorridenti, che lo facevano sembrare molto più giovane della sua età e che mi avevano fatto fantasticare per tutto il tempo della lezione, catapultandomi in un mondo fantastico in cui io ero la principessa e lui il mio principe azzurro. Il suo sguardo smaliziato e impertinente mi ricordava Terence, il grande amore di Candy, o almeno l’immagine che avevo di lui dentro la mia testa.
E, ovviamente, non avevo sentito nulla di quello che lui aveva detto. 

Alla fine della lezione, proprio mentre chiedevo delucidazioni sul programma a Marta, che era in piedi di fronte a me, lui era sbucato alle sue spalle e mi aveva lanciato un altro dei suoi sguardi, facendomi sciogliere. Poi, sorprendendomi, con un sorriso, mi aveva chiesto se potevo seguirlo fuori dall’aula. Marta si era prontamente fatta da parte, dileguandosi, prima ancora di sentire la mia risposta: il mio sguardo probabilmente non lasciava dubbi su quale sarebbe stata. Sì, senza dubbio. Come se ci conoscessimo da sempre, lui mi aveva messo un braccio intorno alla vita e mi aveva condotto fuori, senza staccare i suoi occhi dai miei. 
Era una giornata bellissima, il sole era caldo e io mi ero fatta trasportare, sentendomi leggera come una libellula, in giro per il giardino rigoglioso, fino a raggiungere un posto che non avevo mai visto. Ero stata troppo distratta dal suo sguardo per comprendere come fossimo arrivati lì. 
Avevo chiesto stupita dove fossimo finiti. Lui aveva ridacchiato e, invece di rispondermi, mi aveva chiesto, continuando a tenere il suo sguardo fisso nei miei occhi:
‒ Come ti chiami?
Per un attimo mi era sembrato di non riuscire a ricordarmelo, ma dopo qualche secondo ero riuscita a rispondere, con il cuore in tumulto.
Dopo esserci presentati, mi ero soffermata per diversi minuti a osservarlo, quasi incredula che quest’uomo, che mi faceva battere il cuore in modo folle e i cui sguardi mi toglievano la capacità di pensare, fosse davvero lì con me. Me ne ero già innamorata perdutamente. Mi ero chiesta se capitava a tutti gli innamorati di provare queste sensazioni sconvolgenti e se era davvero il principe azzurro.
Pochi minuti dopo era venuto qualcuno a chiamarlo e l’incanto si era rotto. Con un sorriso mi aveva salutato ed era sparito fra gli alberi, lasciandomi frastornata. Ero tornata indietro con la testa tra le nuvole e avevo incontrato Marta che mi aveva sorriso compiaciuta, con una gran curiosità negli occhi. 
Ero troppo eccitata per tornare a casa senza parlare con nessuno e avevo colto al volo l’occasione per dare uno sfogo alle mie sensazioni, anche per accertarmi che fosse tutto vero e non un sogno. Ovviamente anche lei aveva notato gli sguardi… Le avevo raccontato quello che era accaduto e già mi sentivo la principessa delle favole, e poi ci eravamo salutate. 
Avevo trascorso il pomeriggio a fantasticare, scrivendo il suo nome sul diario, carica di aspettative per l’indomani. Immaginavo già che mi avrebbe portata di nuovo in giardino e che magari mi avrebbe baciata. Non pensavo mai che avrei baciato un ragazzo appena conosciuto, ma non mi sarei stupita se ciò fosse accaduto: l’attrazione tra noi era evidente.

L’indomani, però, inspiegabilmente, lui aveva infranto i miei sogni: non mi aveva nemmeno salutata e non mi aveva degnata di uno sguardo, i suoi occhi sembravano spenti. Non mi ero fatta avanti e non avevo chiesto spiegazioni. La mia reazione al suo comportamento assurdo era stata tanto sgomenta che, piuttosto che credere che stesse accadendo, mi ero costretta a dubitare della mia sanità mentale: forse non era davvero lui quello che mi aveva lanciato quelle occhiate dense di significato e mi aveva portato a passeggiare in giardino abbracciati. A casa avevo pianto tutto il tempo, disperata come se la mia vita stesse andando in pezzi. 
Era trascorsa così tutta la settimana. Senza parole né sguardi. 
Il lunedì successivo mi aspettava. Appoggiato ad un palo della luce, con la maglietta bianca e le braccia conserte, un sorriso amichevole e gli occhi allegri, era rimasto a fissarmi mentre, ignara del suo sguardo su di me, parcheggiavo in prossimità del cancello. Quando lo avevo visto, il cuore mi si era fermato e istintivamente un gran sorriso era affiorato sulle mie labbra e non sentivo più le gambe. Avvicinandosi, tendendo verso di me entrambe le braccia, mi aveva sussurrato teneramente e con molta emozione:
‒ Ciao. Mi sei mancata. 
Poi mi aveva abbracciato, tenendomi stretta, il mio viso affondato nel suo collo. Io non avevo capito più nulla: mi sembrava di volteggiare nel cielo e avevo perso completamente la lucidità. Se ne era reso perfettamente conto: aveva sorriso, mi aveva sollevato il mento con la mano e mi aveva baciata. Non era il primo bacio che davo, ma di sicuro era il primo bacio perfetto. Eravamo rimasti diversi minuti a baciarci, incuranti del fatto che fossimo davanti all’università e che chiunque avrebbe potuto vederci. Personalmente non avevo nulla da nascondere e non me ne importava nulla e a quanto pareva era lo stesso per lui. Quando era riuscito a staccarsi dalle mie labbra mi aveva abbracciato di nuovo e poi mi aveva guardato fisso negli occhi, dicendo quasi divertito: 
‒ È stato anche meglio di quanto avessi immaginato. Ho sognato questo bacio per tutta la settimana.
Le sue parole mi avevano fatto catapultare nella realtà: tutta la settimana scorsa lui non mi aveva nemmeno salutata e ora mi stava dicendo che aveva sognato di baciarmi. Molte espressioni colorite mi erano venute in mente in quel momento. 
‒ A proposito… 
Gli avevo sussurrato, ancora abbracciata a lui, cercando di mitigare la rabbia che mi assaliva quando pensavo a come mi aveva trattato. Il sorriso era svanito dal suo viso alla mia inespressa domanda e mi aveva guardato con tenerezza e tristezza. Aveva probabilmente soppesato le parole per qualche secondo e poi aveva detto, con gli occhi fissi nei miei:
‒ La mia vita è un casino. Faccio cose molto pericolose, di cui non posso parlarti e non posso avere una storia con te, oltretutto sto per sposarmi. Quando ci siamo conosciuti ho capito che tu sei quella che ho sempre cercato. Ti ho evitata tutta la settimana perché temevo che succedesse quello che è successo e, nel contempo, lo desideravo con tutto me stesso. Oggi, quando ti ho vista arrivare, mi sono arreso. Non potevo più fare finta che tu non esistessi, ti desideravo troppo.
Nel pronunciare l’ultima frase del suo discorso, le guance gli si erano colorate di rosso e mi aveva accarezzato la guancia. Ero rimasta imbambolata a fissarlo, incredula. Sapevo perfettamente che una ragazza con la testa sulle spalle avrebbe dovuto allontanarsi da lui in quel momento, ma non ci ero riuscita. Ero rimasta tra le sue braccia per quello che mi era sembrato un tempo interminabile, sperando irrazionalmente che il tempo si fermasse, congelandoci in quella posa, insieme per sempre. 
Con la coda dell’occhio, ad un certo punto, avevo visto Marta che ci guardava. Ero sgusciata via dalle sue braccia, imbarazzata, mormorando:
‒ Io entro. Scusa.

Durante la lezione Andrea mi aveva guardato spesso, sorridendo, senza perdere mai il filo del discorso e ad un certo punto aveva fatto una battuta, che ero certa mi riguardasse, sul destino e sulla sua ineluttabilità. Avevo ricambiato i suoi sguardi, sicuramente con la stessa intensità della prima lezione, ma con un’espressione confusa dipinta in viso. Ero imbarazzata, non sapevo davvero cosa avrei dovuto pensare. Alla fine della lezione, mi aveva invitata a pranzo. I miei sentimenti avevano avuto la meglio sulla ragione e avevo accettato, a dispetto di qualunque buona norma comportamentale. Era il nostro primo appuntamento.
Eravamo stati a prendere un gelato al lungomare e, durante una bellissima passeggiata, ci eravamo raccontati pezzi della nostra vita, scoprendo di avere tante di quelle cose in comune che le avevamo annotate su un foglio per poterle contare. Erano quarantuno. “Anime gemelle” avevamo esclamato, all’unisono, guardandoci negli occhi. Ci eravamo chiesti, ridendo, che quota avremmo raggiunto dopo qualche giorno di frequenza reciproca. 
Quel giorno Andrea mi aveva parlato del suo imminente matrimonio di copertura con una donna, una sua cugina di secondo grado, cui era promesso da quando era poco più che bambino. Non mi aveva detto nulla delle cose pericolose di cui mi aveva parlato la volta precedente, e mi ero immaginata che si trattasse di affari di servizi segreti o malavitosi. In entrambi i casi, avrei fatto meglio a starmene alla larga. Mi aveva parlato molto sinceramente di quello che provava. Dicendo di odiare se stesso per la sua debolezza, mi aveva detto che non aveva nessuna intenzione di mettere a repentaglio la sua vita a causa mia, anche se manifestava fin troppo chiaramente quanto io lo avessi colpito, con gesti e parole, stupendo se stesso, oltre che me. 
Sei colei che ho sempre cercato, è un peccato averti trovato così tardi. 
Mentre mi raccontava annoiato del suo matrimonio, dopo diverse ore di conversazione, Andrea mi aveva guardato serio negli occhi e, a bruciapelo, mi aveva chiesto:
– Tu mi sposeresti?
Ero arrossita e il cuore aveva preso a battermi all’impazzata, era la prima, per quanto insolita, proposta di matrimonio che ricevevo! Lui non stava scherzando, l’alchimia tra di noi era più che evidente. Non sapevo cosa rispondere: istintivamente avrei voluto dire di sì e buttargli le braccia al collo, ma, considerata la situazione delicata in cui si trovava, avevo deciso di essere un po’ meno impulsiva e, simulando una tranquillità che non sentivo, avevo risposto seriamente, rovinando il momento assurdamente romantico:
– Sposarti? Non ci conosciamo nemmeno e io sono ancora troppo giovane per pensare ad un passo così importante… Sono sicura che io e te avremmo una storia fantastica, se potessimo stare insieme, ma, sinceramente, se me lo stessi chiedendo davvero, direi di no.
La mia risposta aveva rabbuiato per un attimo Andrea, ma cosa poteva aspettarsi di diverso? non si poteva chiedere la mano ad una ragazza appena conosciuta, con cui ci si era scambiati appena un bacio e, per di più, essendo fidanzati con un’altra (anche se per copertura, per chissà quale losco affare)! 
Era rimasto pensieroso per qualche minuto, poi si era avvicinato a me e mi aveva dato un bacio sulla fronte, dicendomi: 
– Se potessi dirlo, in questo momento ti direi che ti amo.
Quelle parole mi avevano scioccata, forse ancora più della proposta di poco prima, e ero rimasta zitta a fissarlo, mentre tristemente mi guardava negli occhi e mi accarezzava i capelli. Poi aveva sorriso e aveva iniziato a parlare di stupidaggini. Non si aspettava una risposta, non ne aveva bisogno. 
Il nostro commiato quella sera era stato molto triste. 
Lui, sebbene sembrasse innamorato di me ogni minuto di più, non mi aveva dato alcuna speranza. Con evidenti rimpianti, ci eravamo salutati dicendoci che non avremmo dovuto più vederci al di fuori delle lezioni.

I giorni seguenti a lezione erano stati molto tristi: non eravamo rimasti soli un momento e soltanto i suoi profondi sguardi mi ricordavano che non era stato un sogno. 
L’ultimo giorno era stato il più angosciante, lui si sarebbe sposato da lì a breve. Gli avevo fatto gli auguri per il suo matrimonio, davanti ai colleghi di corso, ed ero andata via senza poter dire altre parole, sentendo, per tutto il tragitto sino alla macchina, lo sguardo di lui bruciare sulla pelle.
Era trascorsa una settimana, una delle più tristi settimane estive dei miei diciotto anni. Non avevo messo il naso fuori casa nemmeno un momento per sette interi giorni.
Una sera Marta, preoccupata per il mio malumore, mi aveva convinta ad andare con lei e qualche amico ad un concerto in piazza. Si esibiva un gruppo locale che avrebbe eseguito una versione semplificata dei Carmina Burana di Carl Orff. Io adoravo i Carmina Burana, Marta lo sapeva e aveva colto l’occasione, pensando di riuscire a distrarmi.
La piazza era gremita, non pensavo che tutte queste persone amassero la musica medievale. Ben presto il gruppo era arrivato ed aveva iniziato ad esibirsi. Ascoltavo assorta il concerto, trattenendo a stento i singhiozzi, mentre le lacrime scendevano copiose sulle mie guance, per l’emozione che quella musica riusciva sempre a trasmettermi e, improvvisamente, un movimento nella fila davanti a me aveva catturato la mia attenzione, distraendomi e inducendomi a guardarmi intorno. 
Con estremo stupore e felicità incontenibile, in quel momento mi ero accorta che in piedi qualche metro davanti a me c’era proprio Andrea. Non potevo esserne certa perché eravamo tutti pressati come sardine in scatola, ma non sembrava essere in compagnia. Immediatamente avevo pensato che magari si erano lasciati, ma subito avevo realizzato che non era proprio la cosa più probabile, anche perché, in quel caso, lui mi avrebbe di sicuro fatto almeno una telefonata. Ero rimasta indecisa sul da farsi per qualche secondo, poi la sua presenza davanti a me mi era sembrato un chiaro segno del destino e, facendomi largo tra la calca, lo avevo raggiunto e gli avevo bussato decisa sulla spalla.

Non dimenticherò mai l’espressione del suo viso, di sorpresa e felicità, con gli occhi che brillavano come diamanti nella penombra della sera. Eravamo scoppiati a ridere, attirando l’attenzione dei vicini e anche di Marta che non avendomi più vista accanto a lei, si era messa a cercarmi con lo sguardo e, vedendomi ridere un paio di file più avanti, mi aveva lanciato uno sguardo lievemente spaventato, temendo per la mia sanità mentale (ridere ascoltando i Carmina Burana non è da persone con tutte le rotelle a posto), prima di rendersi conto di chi c’era vicino a me. 
Senza nessun rimpianto avevamo deciso di andare via: lui era davvero solo, non stava piantando nessuno e io avevo chiesto scusa a Marta che, per fortuna, aveva capito perfettamente.
Era una serata bellissima e la luna era quasi piena, avevamo camminato abbracciati senza parlare, dirigendoci verso il lungomare. Al porticciolo turistico ci eravamo coricati fianco a fianco su un blocco di cemento, guardando le stelle. Non c’era nulla di più bello. Sapevo che non avrei dovuto sentirmi tanto felice, la situazione non era cambiata dall’ultima volta che avevamo parlato, ma i nostri sentimenti reciproci sembravano essere ancora più forti.
Poi era accaduto tutto molto velocemente. 
Il corpo di Andrea, aderente al mio, aveva iniziato a tremare e io mi ero girata sul fianco per chiedergli se avesse freddo. Lui si era girato verso di me, sussurrando parole confuse per dirmi quanto mi desiderava in quel momento e ci eravamo trovati a pochissimi centimetri di distanza. Senza pensare alle conseguenze, ci eravamo stretti in un abbraccio e un bacio molto meno casto dell’unico che ci eravamo dati qualche settimana prima. 
Dopo qualche minuto, ci eravamo allontanati e lui mi aveva detto che mi amava. Io allora mi ero alzata e gli avevo teso la mano e, senza parlare, lo avevo condotto verso una zona più riparata del porticciolo, in cui si trovava una spiaggetta, che alla luce della luna aveva un aspetto molto romantico. Lui mi aveva guardata con aria interrogativa e, dalla sua espressione smaliziata e carica di aspettative, avevo capito che non era poi così lontano dall’aver intuito cosa stavo per fare. Continuando a guardarlo negli occhi, mi ero tolta i sandali e poi mi ero sfilata il vestito leggero, lasciandolo cadere accanto a me. Ero in biancheria intima e, per fortuna, quella sera avevo optato per un coordinato azzurro che mi stava d’incanto. Lui aveva sfoderato un sorriso irresistibile, carico di dolcezza e si era avvicinato per abbracciarmi. Mi aveva detto che ero bellissima. Poi si era spogliato anche lui, e, tenendoci per mano, eravamo entrati in acqua. 
È difficile descrivere le emozioni di quel momento. Era la prima volta per me ed è stata con la mia anima gemella. E, oltre questo, lui aveva dimostrato una sensibilità e una dolcezza che, prima di allora, ero riuscita ad immaginare solo nei miei sogni.

Ero riuscita a superare la timidezza che mi aveva assalito appena lui si era avvicinato. L’acqua calda ci avvolgeva, eravamo immersi sino al petto. Stringendomi a lui, gli avevo detto che era la prima volta. Lui mi aveva guardato con dolcezza e mi aveva accarezzato una guancia, quindi mi aveva detto di non preoccuparmi e che mi amava. Era accaduto tutto con molta naturalezza, non lo avrei mai immaginato. Credevo che avrei avuto bisogno di chiare indicazioni da parte sua, ma non erano servite. Ci muovevamo insieme, nell’acqua che rendeva le cose ancora più semplici. Eravamo leggeri e i nostri movimenti fluidi e sinuosi. In alcuni momenti sembrava che stessimo danzando.
Ci eravamo salutati, quella notte, felici e pensierosi perché la situazione si era decisamente complicata. E a casa io non ero riuscita a dormire perché non avevo fatto altro che rivivere quei momenti magici nella mia testa.
Le poche volte che ci eravamo visti dopo quella sera, avevamo vissuto le giornate senza pensare al domani, il domani era già segnato: avevamo assaporato ogni secondo del nostro tempo insieme, sapendo bene che sarebbe finito tutto troppo presto. 

Il periodo insieme era durato pochi giorni ed era stato tanto intenso da sembrare un’eternità, poi era arrivato il momento dei saluti, quelli dolorosi, quelli definitivi. Avevamo passato insieme tutta la giornata ed erano circa le tre del mattino, l’indomani lui doveva partire all’alba, il tempo era proprio finito: mi aveva dato una sua fotografia, scrivendoci una breve dedica dietro “Per la prossima vita che vivremo”. E poi mi aveva detto:
− Così non ti scorderai di me!
Io avevo risposto, un po’ stizzita, ma sorridendo:
− Forse è più probabile che sarai tu a scordarti di me: non sono io che mi sposo tra una settimana!
Lui aveva sorriso e, fattosi serio, mi aveva detto:
− Io non ti scorderò mai. Ti auguro di essere felice anche senza di me. Spero che un giorno incontrerai qualcuno che ti saprà dare l’amore che meriti, quello che non ho potuto darti io. Tieni… Questi te li dedico dal profondo del cuore. Li ha scritti un gran Poeta, ma se sapessi mettere su carta i miei sentimenti, ti direi queste cose… è come se li avessi scritti io, ne condivido ogni parola.
Così dicendo, mi aveva messo in mano un foglio di carta su cui aveva scritto alcuni versi di Pablo Neruda:
"Ma tutta la mia vita non sarà che un canto di nostalgia per la felicità perduta… ti auguro di dimenticare presto il mio nome e di trovare un amore che ti dia soltanto gioia. Ti seguirò da lontano con la fedeltà del ricordo e sarò felice di saperti felice all'infuori di me. Me ne andrò per le strade con il tuo sorriso dentro il cuore e a qualche ombra che mi sfiorerà darò il tuo nome perché la mia anima le risponda".
Avevo letto quei versi con il cuore che mi scoppiava dentro e li avevo letti così tante volte che avevo subito imparato a memoria ogni parola. 
Dopo pochi minuti ci eravamo salutati. Lui mi aveva detto:
− Lasciarti è la cosa più difficile che abbia mai dovuto fare. So che ti rimpiangerò per tutta la vita… 
Simulando una sicurezza e una decisione che non mi appartenevano affatto, certa che, nonostante l’età, avrei dovuto essere io la più risoluta, gli avevo risposto: 
− Buona fortuna! Ti auguro anche io di essere felice e spero che non ti penta mai della scelta che hai fatto. E anche io ti rimpiangerò per tutta la vita.
Dette queste ultime parole, gli avevo dato un bacio sulla guancia ed ero scesa dalla macchina. Ero corsa verso il portone senza voltarmi indietro, se lo avessi fatto non ce l’avrei fatta a lasciarlo andare via. Avevo sentito il rumore della sua vecchia Cinquecento che si allontanava nella notte silenziosa. 
Quella notte avevo pianto a lungo.


Per la versione della storia dal punto di vista di lui, qui.

lunedì 27 gennaio 2014

Follia




Di ferro arrugginito
le sbarre della mia prigione.
Rinchiusa in me stessa,
accasciata sulla terra bagnata,
alzo lo sguardo al cielo nero.
Anelo alla luna.

martedì 17 dicembre 2013

Un viaggio nel passato alla ricerca del futuro (1.a)

Era il primo giorno del corso di scrittura creativa, lo avevo organizzato mesi prima e non vedevo l’ora che iniziasse. 

Era la prima volta che tenevo una vera lezione ed ero un po’ teso. Ero abbastanza schivo e odiavo la popolarità. Sperando di passare inosservato, per quel giorno, avevo optato per un look semplice, quasi trasandato. Non mi ero fatto la barba e i miei capelli castani erano lunghi e scompigliati come sempre. Mi ero messo una maglietta bianca e un paio di jeans chiari. Ai piedi le All Star che erano quasi un mio segno di riconoscimento. 

Appena fuori dall’aula mi ero appoggiato al muro, ripassando mentalmente il mio discorso introduttivo e ad un tratto mi ero sentito osservato: di fronte a me, una ragazza mi stava guardando compiaciuta, sorrideva come se stesse pensando a qualcosa che la metteva di buonumore. L’avevo guardata per qualche secondo con curiosità, lei aveva distolto lo sguardo ed era entrata in aula. 

Non ero nuovo all’essere osservato di sottecchi e normalmente la cosa non mi interessava. Ma quella ragazza era diversa. La prima cosa che mi era venuta in mente guardandola è stata E’ lei. Era carinissima. Non era una bellezza mozzafiato, no. Era normale. Indossava jeans blu scuro e una camicia bianca sagomata con le maniche al gomito. Anche lei aveva le All Star ai piedi, mi era venuto da ridere, chissà se lei aveva sorriso per questo. Era semplice. E con un paio di occhi di colore verde azzurro incredibili, perforanti. 

Fino a quel giorno non avevo creduto ai colpi di fulmine, ma, mentre la osservavo entrare in aula, ero certo che mi stesse capitando in quel momento: un fulmine era arrivato a sconvolgere la mia esistenza tranquilla e monotona e da quel momento tutto sarebbe stato diverso. Lo avevo capito subito. Dopo pochi secondi ero entrato in aula, cercandola con lo sguardo, senza nemmeno preoccuparmi di non darlo a vedere. Ero troppo eccitato, mi sentivo vivo, per la prima volta dopo anni. 

In preda ad una sorta di frenesia, avevo tenuto la prima lezione, senza quasi staccare lo sguardo da lei, che ricambiava le mie occhiate, facendomi impazzire. Avrei voluto che tutti gli altri sparissero e baciarla, lì, subito. Per un attimo avevo temuto anche di non riuscire a controllarmi e che avrei seguito l’istinto di saltarle addosso durante la lezione, incurante del pubblico. 

Appena era uscita dall’aula, l’avevo seguita e le avevo chiesto di venire fuori con me. Per quanto assurdo, sapevo bene che avrebbe acconsentito. L’avevo abbracciata e l’avevo portata al giardino botanico. Lei era presa da me allo stesso modo, non avevo dubbi. Si lasciava guidare senza staccare gli occhi dai miei, sembrava ipnotizzata. Ero felicissimo e le avevo chiesto il suo nome. Chiara

In quei pochi minuti, i suoi tratti si erano impressi per sempre nel mio cervello: la sua bocca piccola e attraente, i suoi occhi vivaci e cangianti, i suoi capelli a spaghetto, il suo corpo piccolo, proporzionato. Mi attraeva in maniera incredibile. Questa ragazza aveva qualcosa che non avevo mai trovato in nessuna. 

Eravamo stati pochi minuti insieme, poi Fabio era venuto a chiamarmi ed ero dovuto tornare in aula. L’avevo salutata e lei era rimasta lì a guardarmi come fosse frastornata. Il colpo di fulmine aveva colpito anche lei, ero sicuro. Felicissimo, ero corso via, fantasticando già sul nostro futuro. 


Soltanto appena tornato a casa, il peso della realtà era tornato a schiacciarmi e la felicità della mattina si era trasformata in uno strazio: non potevo coinvolgere un’innocente ragazza nella mia vita piena di pericoli. 

Avevo deciso, quindi, con una forza di volontà che non mi apparteneva, di tagliare quella storia non ancora iniziata e cercare, se possibile, di dimenticare Chiara, anche se mi sembrava pura follia.

Così il giorno dopo non l’avevo nemmeno salutata e avevo visto la delusione distruggere il suo splendido sorriso. L’immagine dei suoi occhi che mi cercavano e che vedevano in me un estraneo mi aveva fatto star male come niente altro al mondo. Cercavo di dissimulare la mia frustrazione e il mio dolore ed ero bravo nel mascherare i miei sentimenti, ero sicuro che stesse pensando che ero un bastardo. Meglio, sarebbe stato più facile. Per lei. 

Ero riuscito a comportarmi malissimo per tutta la settimana. Credevo che sarei riuscito nel mio intento di farmi odiare, ma di dimenticarla non se ne parlava proprio. Continuavo a vedere lei dappertutto. Pensavo a lei, sempre. Gli sguardi del primo giorno mi tormentavano. Non facevo altro che immaginare di baciarla, in mille modi diversi avevo immaginato il nostro primo bacio in quei giorni. E ognuna di quelle immagini era meglio di quella precedente. Mi stavo torturando, immaginando qualcosa che non poteva accadere, che sapevo non doveva accadere e che desideravo con tutto me stesso che accadesse.

Il lunedì mattina, appena arrivato davanti al cancello della facoltà, l’avevo vista. Stava parcheggiando la macchina. Il destino aveva voluto che ci incontrassimo di nuovo. La mia forza di volontà era svanita tutta di colpo. Mi sentivo come creta tra le mani di lei, volevo solo che mi guardasse, che mi toccasse, che mi facesse suo. Ero rimasto immobile, appoggiato ad un palo della luce, ad osservarla mentre usciva dalla macchina e si accorgeva di me. Probabilmente non mi odiava ancora perché un sorriso enorme le si era disegnato sul viso, le avevo teso le braccia e le avevo detto che mi era mancata, poi l’avevo abbracciata. In preda ad una felicità assurda per quel contatto, consapevole che per lei era lo stesso, non ero riuscito a trattenermi e le avevo sollevato il viso per baciarla. Credo che non sia esistito mai un bacio tanto perfetto, meglio di come lo avevo immaginato, troppe volte, nella settimana prima. Sentivo le sue labbra sulle mie, la sua lingua che mi esplorava e si univa alla mia, dolcemente. Ci fermavamo a riprendere fiato e continuavamo a baciarci, lì sul marciapiede, dove chiunque avrebbe potuto vederci. Dove chiunque sapeva chi ero. Ma in quel momento non me ne importava niente. Ero felice. 

Quando ci eravamo staccati non avevo potuto trattenermi dal ridere e le avevo detto che quella scena l’avevo vissuta nella mia testa tante volte. Lei aveva fatto un’espressione confusa e, come se stesse anche lei riprendendo il contatto con la realtà in quel momento, mi aveva chiesto spiegazioni. In un impeto di sincerità, le avevo detto chi ero. Lei era visibilmente sconvolta dalla mia confessione, non se lo aspettava proprio ed era entrata in aula senza rispondermi. 

La mia paura più grande, dopo aver realizzato che cosa le avevo detto, era che mi prendesse a schiaffi, ma non l’aveva fatto. 

In aula avevo di nuovo cercato i suoi sguardi e lei aveva ricambiato, anche se aveva perso l’aria decisa della prima volta e sembrava un po’ confusa. Non potevo darle torto. Mentre parlavo, qualcuno mi aveva fatto una domanda e, non so come, ero finito a parlare del destino. Il destino per me era Chiara e non avevo perso l’occasione per dire, sorridendo, che contro il destino non si può combattere. Dal suo sguardo avevo capito che lei aveva colto la mia allusione. Come avrebbe potuto non coglierla? Ogni mio pensiero, ogni cosa che dicevo era rivolta a lei.

Finita la lezione, contro ogni mio proposito, ormai incapace di seguire la razionalità, l’avevo invitata a pranzo ed avevamo passato un pomeriggio meraviglioso insieme. Sapevo che non avremmo avuto un futuro insieme, anche se Chiara era inequivocabilmente la mia anima gemella, l’altra metà del cielo, quella che si incontra una sola volta nella vita. 


Ero così preso da Chiara, che le avevo anche chiesto di sposarmi quel pomeriggio; lei era rimasta visibilmente colpita, lusingata forse ed era arrossita, ma mi aveva dato la risposta che non avrei voluto sentire. Se mi avesse gettato le braccia al collo dicendomi di sì in quel momento, forse sarei scappato con lei, sarei fuggito a gambe levate dalla mia realtà, lasciandomi tutto alle spalle. Ma Chiara, dimostrandosi molto più matura della sua età (e anche di me), mi aveva risposto razionalmente, dicendomi di no. Anche se aveva delle ottime ragioni per rispondermi così, le sue parole mi avevano smontato e avevano frenato la mia eccitazione, riportandomi con i piedi per terra. 

In quel momento mi sentivo così coinvolto e avevo sentito un’ammirazione per lei così grande che mi ero sbilanciato dicendole che avrei voluto dirle che l’amavo. Lei era rimasta a guardarmi, probabilmente chiedendosi a che gioco stessi giocando e allora avevo cambiato discorso parlando di banalità, lanciando ogni tanto qualche battuta sul fatto che avremmo potuto essere amanti se avessimo voluto, che per noi c’era solo questa possibilità. Mi ero comportato malissimo, ma non volevo illuderla più di quanto non stessi già facendo. E poi ci eravamo salutati molto tristi, dicendoci che la cosa finiva lì. 

I giorni successivi a lezione erano stati tremendi, era terribile che lei fosse lì e io non potessi toccarla, abbracciarla, baciarla e quasi nemmeno parlarle. Non avrei saputo trattenermi. L’ultimo giorno ci eravamo salutati freddamente e lei mi aveva fatto gli auguri per la mia nuova vita. Era stato terribile sentirsi dire parole di circostanza, sapendo bene che né io né lei avremmo mai voluto che io compissi quel passo. Avevo trascorso la settimana successiva, tentando in ogni modo di dimenticarmi di lei, ma non era facile. 

Una sera, per disperazione, ero andato da solo ad un concerto e il destino aveva voluto che ci incontrassimo di nuovo. Durante la prima mezz’ora ero stato completamente distratto e sentivo nell’aria il suo profumo, sentivo che l’avrei incontrata presto. Cercavo nelle file davanti, nel buio, sperando di incontrare il suo sguardo, ma non era accaduto. 

Queste cose succedono solo nei film, mi ero detto. 

Poi mi ero sentito bussare su una spalla e sapevo già che era lei, ma avevo paura di voltarmi perché temevo di rompere l’incantesimo. Come in un film al rallentatore, mi ero girato e avevo visto il suo viso nel buio. I miei occhi si erano illuminati e anche i suoi. Eravamo scoppiati a ridere. 

Camminando come due fidanzati, eravamo andati al porticciolo e ci eravamo sdraiati su un masso, fianco a fianco. La luna, la notte, le stelle, il mare, l’estate mi rendevano euforico e fin troppo consapevole del suo corpo accanto al mio. Non mi era capitato mai prima, avevo iniziato a tremare, il mio corpo era scosso da brividi violenti e inarrestabili. Se n’era accorta immediatamente. Ci eravamo girati contemporaneamente l’uno verso l’altra e, come qualcosa che non puoi fermare, ineluttabile come il destino, ci eravamo trovati avvinghiati a baciarci eccitati. 

Non so per quanto tempo eravamo rimasti così, io sentivo il mio cuore scoppiare e non ero riuscito a trattenere le mie emozioni, così le avevo detto che l’amavo. Lei si era alzata e mi aveva preso per mano, portandomi in una spiaggetta illuminata solo dalla luna sopra di noi. Mi ero sentito come se fossi il protagonista di un film, mille pensieri mi avevano attraversato la testa, l’eccitazione di quel momento era incredibile. La guardavo, tenendola per mano, cercando di leggerle nella mente i pensieri che potevo facilmente indovinare. Non era difficile immaginare fin dove ci saremmo spinti quella sera e non vedevo l’ora. Sapevo che lei era ancora molto giovane e che probabilmente aveva deciso di concedersi a me per la prima volta, contro ogni buon senso. Ma ero troppo egoista e la desideravo troppo per cercare di dissuaderla. Mi aveva sorpreso per la sua intraprendenza quando, guardandomi negli occhi, si era sfilata il vestito ed era rimasta con un completino intimo azzurro che le donava in maniera incredibile. Continuando a percorrere la strada che era già segnata, le avevo detto che era bellissima e poi mi ero spogliato anche io. Aveva guardato il mio corpo con indosso solo i boxer blu con un’aria carica di desiderio e insieme ci eravamo diretti in acqua. Era stato tutto molto naturale fra di noi. Immagino che sia andata così bene proprio perché eravamo noi due, non poteva andare diversamente, non poteva andare male. Non con lei. 

Avevamo passato il limite, sarebbe stato ancora più difficile tornare indietro. Non ci eravamo detti molte parole, non ce n’era bisogno. Sapevamo perché l’avevamo fatto: non potevamo rinunciare a questi momenti, sarebbe stato un rimpianto troppo grande per entrambi. Così avevamo deciso di vivere comunque il momento, a dispetto della realtà. 

L’avevo accompagnata a casa e pensavo di essermi innamorato follemente di lei, non volevo separarmene perché temevo per l’indomani. Il nostro futuro non era certo. La notte non avevo chiuso occhio, non avevo fatto altro che pensare a quei momenti meravigliosi e immaginavo di riviverli ancora… e ancora. 

La mattina dopo mi sentivo un quindicenne alla sua prima cotta, ero andato a prenderla ed eravamo stati tutto il giorno insieme. Le giornate si erano susseguite felici e simili, sempre innamorato, sempre con lei, per dieci interi giorni. 

Le mie sicurezze vacillavano in quel periodo e da lei volevo delle certezze che non mi dava. La sua maturità era sempre troppo evidente, come una barriera tra noi. Stroncava le mie proposte di matrimonio perché non voleva illudermi che sarebbe rimasta con me per sempre. Era molto onesta, riconosceva che a diciotto anni non era facile promettersi sinceramente a un uomo appena conosciuto (che non si comportava come uno stinco di santo oltretutto). La mia stima nei suoi confronti cresceva sempre di più. E anche l’amore. 

Chiara aveva un modo di fare che mi stupiva e mi sconvolgeva, affascinandomi immensamente. Dimostrava di apprezzare il mio modo di essere, le piacevo davvero. La sua presenza nella mia vita mi stava ricreando, stavo nascendo una seconda volta, mi sentivo un fortunato come pochi ad avere avuto questa occasione. Per quanto mi sembrasse assurdo, per qualche strana ragione lei sembrava essere innamorata di me almeno quanto lo ero io di lei. Non mi ero mai sentito così, nemmeno quando mi ero innamorato per la prima volta.

Per me Chiara era come una droga, non riuscivo a pensare di stare senza di lei. Andavo a prenderla alle otto del mattino e la riaccompagnavo a casa a notte fonda. Facevamo un sacco di cose insieme, anche le più stupide, divertendoci come matti, ridevamo molto, per qualsiasi cosa.

Mi sentivo un pazzo, avevo la certezza di essermi follemente innamorato e anche la certezza che non saremmo mai stati insieme e la colpa era solo mia.

L’ultima volta che ci eravamo visti, avrei voluto scriverle una dedica bellissima che rispecchiasse i miei sentimenti per lei, ma ero riuscito solo a scarabocchiare “Per la prossima vita che vivremo. Come anticipo”. Era un pensiero molto triste, senza speranza, come ero io. 

Avevo poi preso in prestito le parole, altrettanto tristi, del mio poeta preferito Pablo Neruda e le avevo dedicato alcuni versi struggenti il cui significato è ti lascio e ti auguro di dimenticarmi, ma ti sarò sempre accanto. Esattamente quello che provavo per lei. 

Quella sera l’avevo accompagnata a casa e sotto il portone ci eravamo salutati frettolosamente, lei era scesa dalla macchina e non si era voltata indietro. Sapevo che non lo avrebbe fatto e speravo invece che lo facesse. Forse, in quel caso, la mia volontà avrebbe vacillato di nuovo. 

Mi ero allontanato nella notte, in compagnia del silenzio e della sua assenza accanto a me, così palpabile dopo dieci giorni in cui non avevo visto che lei per quasi venti ore al giorno. Stavo malissimo. 

Avevo telefonato a Fabio e mi ero fermato per un paio di birre insieme, sperando di distrarmi e poi, tornando verso casa mia, ero ripassato sotto casa di Chiara e mi ero fermato qualche minuto. Completamente distrutto, speravo che chissà per quale motivo assurdo, lei sarebbe uscita alle tre del mattino, mi avrebbe visto lì e mi avrebbe abbracciato. Ma ovviamente non era successo. 

Succede solo nei film

Ero tornato a casa e avevo pianto quasi tutta la notte, sentendomi davvero miserabile.


Per la versione della storia dal punto di vista di lei, qui.

venerdì 15 novembre 2013

Un viaggio alla ricerca di qualcosa che non c'era

Chattavo sin da quando chattare si era diffuso come metodo di comunicazione alternativo.
Erano le prime chat, ancora rari erano i blog, non esistevano il messenger e icq, meno che mai le web cam integrate nei computer (almeno in quelli comuni), l’e-mail stava iniziando ad essere utilizzata a livello popolare e hotmail era quella più diffusa.
Avevo conosciuto Felix in una chat di mIRC.
Come sempre accadeva allora (e probabilmente continua ad accadere, ma non frequento più le chat!), se entravi in chat con un nome femminile, potevi scommettere che dopo nemmeno dieci secondi saresti stata tempestata da messaggi privati di uomini che volevano chattare con te.
Una volta avevo provato a usare il nickname “Pippo”… non mi si era filato nessuno. Avevo allora contattato uno dei nomi presenti in chat e avevo preso a parlargli. Il tale rispondeva a monosillabi e mi lasciava ad attendere le sue risposte per minuti: non aveva nessuna intenzione di conversare con un Pippo. Solo quando gli avevo rivelato che ero una donna, avevamo avviato una divertente conversazione, nella quale io avevo cercato di spiegargli che ero una donna e lui non mi aveva essenzialmente creduto, anche se era rimasto un po’ spiazzato da quello che avevo detto perché probabilmente, in fondo, si capiva che ero donna davvero. Solo che poi, il mio indirizzo e-mail, che allora era lo stesso di mio padre e che portava il suo nome (maschile chiaramente), aveva fatto desistere il tale, che mi aveva congedato come uomo con probabili inclinazioni omosessuali.
Avevo tre nickname, nella chat di mIRC. Quello che usavo di più era Sky – cielo, il nick con cui mi sentivo più a mio agio, che mi ispirava serenità e mi rappresentava bene tutti i giorni -, poi c’era Pearl – quando mi sentivo un po’ più triste o sola -, infine Moira – il nick che usavo quando ero molto allegra.
Mi collegavo in chat quasi ogni sera, soprattutto perché in quel periodo mi annoiavo. Avevo rotto da poco con un tizio e non uscivo spesso. Dopo una lunga e stressante giornata di lavoro, chattare mi rilassava.
E poi, spesso, entravo in chat nella speranza di incontrare il mio amico M., la prima persona che ho conosciuto in questo mondo virtuale, un ragazzo d’oro, con cui in seguito mi sono anche incontrata, che mi ha insegnato un sacco di cose sulle chat e che, non dimenticherò mai, mi inviò, una volta, per e-mail, un programma da 2 Mb che il mio computer ci mise oltre due ore a scaricare. Che tempi!
Ricordo ancora, a distanza di molti anni, i discorsi filosofici, durati un’intera notte, con un certo Andrea di Firenze. Discorsi incentrati sui rapporti umani e il riconoscersi tra persone affini, perché dotati di antenne complementari.
Ricordo poi il Principe, un ragazzo romano, più giovane, che mi scriveva poesie. Poesie alle quali io non rispondevo e, più non gli rispondevo, più lunghe e belle le poesie diventavano.
O ancora Quelo, con cui ridevamo a crepapelle delle battute di Corrado Guzzanti.
La sera che avevo conosciuto Felix, il mio nickname era Sky. Tra tutti quelli che mi avevano mandato messaggi, appena aperta la chat, avevo scelto il più semplice e simpatico. E avevamo parlato tutta la notte, salutandoci alle 6 del mattino. Ci eravamo raccontati di tutto e scambiati le fotografie.
Io allora mandavo sempre una foto – che mi piaceva da morire - scattata un paio di anni prima, che mi ritraeva a piedi scalzi, seduta sul bordo di una fontana, con un vestito a fiori su sfondo blu, leggermente truccata e abbronzata, una notte a Ibiza. Gli era piaciuta.
Lui mi aveva mandato un primo piano, nel quale i suoi bei lineamenti risaltavano.
Erano i primi di gennaio, dopo qualche conversazione in chat, sempre più lunga e sempre più personale, mi aveva chiesto il numero di cellulare e mi aveva dato il suo. Così avevamo iniziato a sentirci anche al telefono. Mi piaceva davvero. Pensavo di essere uscita dal tunnel dell’innamoramento non ricambiato per un’altra persona, tunnel nel quale vagavo da oltre due anni.


Un giorno, un paio di mesi dopo il nostro primo incontro in chat, avevamo convenuto che urgeva conoscersi di persona, per capire cosa ne sarebbe stato di quel rapporto, che ci stressava perché era già parzialmente caratterizzato dalle arrabbiature e dalle litigate di una storia normale, ma non da quello che di solito costituiva la contro parte piacevole di un rapporto di coppia, dato che non ci eravamo mai visti di persona. Abitavamo ai poli opporti della penisola, quindi avevamo deciso che Roma sarebbe stato il luogo ideale per il nostro primo incontro.
Non ero partita pensando che stavo facendo un colpo di testa, credevo davvero che mi piacesse, pensavo che a Roma ci saremmo messi insieme, finalmente. Avevo preso il treno quella sera carica di aspettative.
Durante la prima mezz’ora di viaggio, avevo parlato circa dieci volte con la mia amica Anna, unica che conosceva le ragioni della mia breve permanenza a Roma. Agli altri avevo detto che andavo per lavoro. Tanto nessuno ha mai capito niente del lavoro che faccio, potrei inventare pure che vado al Polo Nord per lavoro e ci crederebbero tutti.
Ero in fibrillazione per l’imminente incontro e ero certa che non avrei chiuso occhio. Mi ero chiusa a chiave che ancora non erano nemmeno le dieci e mi ero messa a leggere alla luce fioca della mia cuccetta di mezzo. Non che riuscissi a leggere, ero troppo emozionata e non facevo altro che fantasticare su come sarebbe stato il nostro primo bacio.
A un certo punto, avevano bussato alla porta, avevo fatto finta di dormire, sperando che, chiunque fosse, desistesse. Volevo stare sola e godermi il mio sogno ad occhi aperti.
“Sono il controllore” - aveva detto una voce fuori dalla porta - “Apra, devo fare entrare una persona”.
Per un attimo, avevo pensato di continuare a fingere di dormire, ma il controllore avrebbe potuto pensare che stavo male e avrebbe potuto buttare giù la porta, o, più semplicemente, entrare, senza troppa fatica, aprendo con il suo passepartout.
Allora, avevo fatto finta di essere stata colta nel sonno e, sbadigliando sonoramente, avevo biascicato - “Un attimo!” e, dopo una lenta e rumorosa discesa dalla cuccetta, avevo aperto la porta.
Di fronte a me, un ragazzo alto e biondo, accanto al corpulento controllore, mi guardava incuriosito. Il leggero sorriso sulle labbra lo rendeva quasi irresistibile.
Il ragazzo alto era entrato nello scompartimento, passandomi accanto sull’uscio, senza aspettare nemmeno che io mi spostassi ed era andato a sedersi con i piedi penzoloni nella cuccetta in alto, nella fila di fronte alla mia. Muoveva le gambe come i bambini e non avevo potuto fare a meno di notare le Converse All Star blu ai piedi. Le mie scarpe preferite, del mio colore preferito. Come le mie.
Improvvisamente, non mi dava più così tanto fastidio l’aver dovuto accogliere uno sconosciuto nel “mio” scompartimento.
Avevamo parlato fino a notte inoltrata: mi era davvero simpatico e mi piacevano i suoi modi di fare.
Il sorriso sincero, il modo con cui gesticolava o masticava la gomma americana, il modo in cui parlava.
L’attrazione era stata reciproca, ma io stavo andando a conoscere quello che credevo fosse l’uomo della mia vita, per cui avevo fatto finta di niente quando Sebi, in procinto di salutarci, aveva tentato, timidamente, di chiedermi il numero di telefono.
Poco prima della sua fermata, ero andata in bagno e, al mio rientro lui era già pronto con la valigia in mano e il cappotto indosso; mi aveva stretto la mano, guardandomi negli occhi e mi aveva dato un bacio sulla guancia.
Era rimasto imbambolato sull’uscio per un po’ e io mi ero voltata imbarazzata, temendo che potesse tentare di baciarmi sulla bocca. Il mio occhio era allora caduto sulla mia borsa semi aperta, dalla quale spuntava il bordo di un’audiocassetta. Avevo riconosciuto una sua cassetta, di cui mi aveva parlato, quella del concerto di Simon & Garfunkel a Londra, registrata live da lui.
Senza pensare che potesse non essere un caso che quella cassetta si trovasse nella mia borsa, gli avevo detto stupita - “Guarda, la tua cassetta è caduta nella mia borsa” e l’avevo presa in mano, porgendogliela.
Lui era arrossito violentemente e allora avevo capito. Avevo guardato la cassetta, rigirandomela tra le mani, e avevo letto il messaggio che vi aveva scritto. Imbarazzatissima, rapidamente, gli avevo consegnato la cassetta, accompagnandola con un’espressione che voleva dire “Tu mi piaci ma… insomma, scusa, ma non posso accettare”.
Lui l’aveva presa, mi aveva guardato intristito, ancora rosso in viso e deluso visibilmente dalla mia reazione ed era scappato via. Dopo qualche secondo, la sua fermata. A dividerci per sempre.
L’incontro con Sebi mi aveva lasciata un po’ spiazzata. Il gesto di regalarmi quella cassetta che per lui aveva un valore inestimabile, mi aveva colpito molto.
Ma avevo altri pensieri in testa quel giorno. Scesa dal treno, mi ero recata in albergo, avevo fatto una doccia e avevo atteso fremente che si facesse l’orario stabilito per il nostro appuntamento. Era una giornata piovosa e c’era un freddo cane, mi ero messa un paio di pantaloni e un maglioncino di lana e un paio di scarpe, con tacco alto, ma comode.
Sulla metropolitana, andando all'appuntamento, non avevo fatto altro che pensare a Felix e alla svolta che di sicuro avrebbe avuto la mia vita da quel giorno. Pensavo addirittura di potermi trasferire per seguirlo.
Non c’era spazio, nelle mie fantasie, per il ragazzo alto conosciuto in treno che, seppure, mi aveva lasciato qualcosa nel cuore.
Poi, nel momento esatto in cui avevo visto Felix venirmi incontro, dinoccolandosi, con aria da bulletto, con l’aria di uno che se la tira, i miei sogni si erano infranti fragorosamente. In quell'istante, il modo di fare di Sebi - che mi era piaciuto tanto -, mi era tornato in mente e avevo realizzato che avevo sbagliato.
Che ero stata un’illusa a pensare di potermi innamorare di una voce o di quattro parole scritte su uno schermo. Che una fotografia, anche se reale, non coglie il modo di fare di una persona, molto più importante dell’aspetto stesso. Che quella persona che mi piaceva era solo nella mia mente e che Felix non c’entrava niente, era solo una proiezione dei miei desideri.
E' stato uno degli incontri più imbarazzanti della mia vita.
Non sapevamo cosa dirci ed era più che evidente che la sensazione di disagio fosse reciproca e che non ci saremmo sentiti mai più. Che lui era rimasto deluso tanto quanto me e che avrebbe voluto trovarsi di fronte una femme fatale, magari in minigonna e tacchi alti, invece di una ragazza semplice, con solo un filo di trucco, pantaloni e scarpe comode… semplicemente me.
In treno al ritorno, una coppia di giovanissimi, non aveva fatto altro che pomiciare selvaggiamente nella cuccetta sotto la mia, rammentandomi che io invece ero da sola.
Avevo pensato a Sebi tutto il tempo. Mi ero maledetta per avergli restituito la cassetta. Dopotutto lui me l’aveva regalata e restituirla era stato pure un po’ scortese.
Le parole che vi aveva scritto, in stampatello, con il pennarello indelebile verde, sulla plastica, non facevano altro che tornarmi in mente, erano lì, come scolpite nella mia mente. Tutte, punteggiatura compresa, tranne la cosa più importante.
È stato bello conoscerti. Se ti andasse di rivedermi, ne sarei felice. Il mio numero è questo: 0338/918…

E a qualche ombra che mi sfiorerà darò il tuo nome perché la mia anima le risponda


Per l'immagine grazie a Lady Alexandra di Diario di Corte


Mi torni in mente e mi chiedo se sei un ricordo sbiadito dalla nebbia del tempo o forse piuttosto sei un sogno.
Era bastato solo uno sguardo per capire che eri quello che stavo cercando, che tu eri l'anima gemella che non credevo esistesse. Ne ricordo la consapevolezza, quando ci siamo conosciuti, poche parole scambiate ma i nostri occhi che si cercavano sempre. E la voglia irrefrenabile di farsi travolgere dal destino.
Una sera ci siamo incontrati per caso, lontano da tutto quello che rappresentavamo l'uno per l'altra nella nostra vita quotidiana. Era il nostro destino.
Ricordo, come in un sogno con i contorni sfocati dal tempo, il brillare dei tuoi occhi nel momento in cui si sono posati su di me, le nostre parole, discorsi infiniti, sul passato, sulle coincidenze, sull'anima gemella, sul destino che ci aveva fatto incontrare.
Parlavamo delle cose che avevamo in comune e ti leggevo pezzi dei miei libri preferiti e delle mie poesie. Tu ascoltavi rapito, da me, dalle mie parole, da quello che si stava succedendo... tu, che mi tremavi accanto, spaccato tra desiderio e razionalità cosciente delle nostre ali tarpate.
Fino a che quello che sapevamo essere il nostro destino ci ha travolto con furia e la freschezza dei miei spensierati vent'anni si è abbattuta su di te, con la violenza di un temporale che risveglia piangente un bambino da un sogno.
E allora tutto è diventato estasi e stretti l'uno accanto all'altra, parlavamo, sorridevamo e promettevamo di essere sempre l'uno per l'altra quello che eravamo allora.
Finì come doveva finire, lo sapevamo che sarebbe andata così.
Nessun rancore e tanta nostalgia per le nostre ali che non si sarebbero più spiegate in volo, non più insieme.
Mi hai salutato dedicandomi la più bella e struggente dedica al mondo.
Ma tutta la mia vita non sarà che un canto di nostalgia per la felicità perduta… ti auguro di dimenticare presto il mio nome e di trovare un amore che ti dia soltanto gioia. Ti seguirò da lontano con la fedeltà del ricordo e sarò felice di saperti felice all'infuori di me. Me ne andrò per le strade con il tuo sorriso dentro il cuore e a qualche ombra che mi sfiorerà darò il tuo nome perché la mia anima le risponda.

sabato 2 novembre 2013

Notte (1998)

Per l'immagine grazie a Lady Alexandra di Diario di Corte
Intorno, la luce chiara
si taglia come fosse nebbia densa.
Improvvisamente, il buio
ad avvolgere tutto
me, gli altri, il mondo intero.
Vago nell'oscurità e incontro
le anime di quelli che mi hanno preceduto
nel viaggio che sto per iniziare.


giovedì 31 ottobre 2013

Lampada Osram

Sottotitolo: il mio quasi primo bacio

Era tanto tempo fa, in un periodo in cui ascoltavo alcuni LP di Claudio Baglioni a ripetizione e Lampada Osram era una delle mie canzoni preferite, anche perché mi ritrovavo un po' nella protagonista ammarronata. E, in generale, la malinconia di Claudio Baglioni mi si confaceva.
Non avevo motivi per essere così malinconica... ero giovane, stavo bene, avevo tanti amici e una famiglia serena, ma lo ero.
In quei giorni, un po' inconsapevolmente, stavo illudendo un po' uno con cui ogni tanto uscivo il pomeriggio e che un po' mi piaceva pure, ma, in effetti, ero cotta di un altro.
Quest'altro era uno che mi illudeva, non so quanto inconsapevolmente, e che metterei nella categoria dei "confusi e infelici", anzi, che, in quel periodo, era sul podio dei confusi e infelici della mia vita. 
Quindi, quella mattina, con il tizio con cui uscivo ogni tanto, camminavamo... mano nella mano... ?!
non mi ricordo bene questo particolare... ma forse sì, perché l'ho detto che lo stavo un po' illudendo il tipo (ma, a mia discolpa, avevo quindici anni e frequentavo un gruppetto in cui uscire insieme e tenersi per mano non significava chissà cosa).
A un certo punto, questi fece una battuta che lasciava molto poco spazio all'interpretazione e da quella capii che lui era andato oltre... per me era un'amicizia molto piacevole, ma non ero affatto determinata a farla diventare qualcosa di più, almeno non subito, non in quel momento in cui sul podio c'era qualcun altro.
Dopo pochi secondi dalla battuta, giunse il gesto... l'avvicinarsi piano, con lo sguardo che si sposta dagli occhi alla bocca. 
Non so cosa lesse nei miei occhi e non so nemmeno cosa volessi trasmettere io.
Sapevo che il mio rifiuto lo avrebbe ferito e ci avrebbe allontanato e mi dispiaceva, ma sapevo anche che non potevo dare il primo bacio a qualcuno di cui non fossi innamorata... quando il qualcuno di cui ero innamorata esisteva, lo vedevo ogni giorno e, sebbene mi desse segnali fortemente contrastanti, del tipo un giorno ero al centro dei suoi pensieri e il giorno dopo non esistevo, dentro di me sapevo che prima o poi sarebbe successo qualcosa. E, per la cronaca, ho mantenuto questa convinzione da illusa fino a quando, quasi due anni dopo, giunse colui che dal podio lo spodestò.
Così, con in mente mille pensieri, decisi per la classica mossa del girare la faccia e il mio quasi primo bacio si stampò sulla guancia e mi sfiorò un angolo della bocca. 

C'è un modo di dire che è "fare testina"... quando uno si avvicina per baciarti e tu vai indietro con la testa. Se c'è un modo di dire, sarà frequente... a me è capitato solo quella volta. Le altre volte, ho ricambiato o non ho permesso che arrivassimo a quel momento. E, fortunatamente, non mi è mai capitato che qualcuno facesse testina a me. Ma perché capita? Tralasciando quando hai quindici anni, che di stronzate sei autorizzato a farne per via dell'età (quella che io e un paio di amiche chiamiamo "della bestialità")... se capita da grandi... perché?
Perché la gente ti illude anche se non ti vuole e te lo fa capire solo nel momento in cui tenti di baciarla, che è l'ultimo momento in cui può tirarsi indietro? Perché la gente è confusa e non sa quello che vuole e lo capisce proprio quando stai per baciarla (che non ti vuole)?